Mario Silvestrini
Motivazione: All’intensa e profonda ricerca per il riconoscimento dei valori universali dello spirito umano
Nota critica di Massimiliano Pecora
Permettete una citazione: «Anche quando i cultori suoi [della scienza, scilicet], lasciando il fermo terreno dell’osservazione scientifica e la sicura guida del metodo scientifico, si cimentano nel nome di lei con i problemi fondamentali dell’universo, è contro un elevato dolore che insorgono e lottano perché l’intelletto umano quanto più è forte, tanto più tende naturalmente a ordinare le proprie conoscenze nella forma della unità, tanto più desidera una concezione suprema del mondo che gli colleghi e unifichi nella mente la origine, il disegno e il fine di tutte le cose; e se le dottrine altrui non lo appagano, anela e soffre, fatica a creare in sé l’alta idea che lo plachi».
Queste sono le parole di Antonio Fogazzaro del saggio Scienza e dolore del 1897-1898, poi agli «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti». Sono espressioni forti, importanti, con le quali l’autore di Piccolo mondo antico fa i conti con quanto di oscuro si nasconde all’ombra della scienza che tutto spiega e tutto può spiegare. Esistono mondi ancora imperscrutabili e sono tanto vicini alle nostre sensazioni quanto lontani ai nostri occhi e alla nostra intuizione. Per averne un’idea scomodiamo il monumentale IV libro del De rerum natura dove Lucrezio ci parla dei simulacra: «Esistono quelli che chiamiamo simulacri delle cose; | i quali, come membrane strappate dalla superficie delle cose, | volteggiano qua e là per l’aria; e sono essi stessi | che atterriscono gli animi, presentandosi a noi, | sia mentre vegliamo, sia nel sonno, quando spesso osserviamo | figure strane e spettri di gente che ha perduto la luce della vita, | i quali spesso, mentre languivamo addormentati, paurosamente | ci svegliarono: perché non crediamo, per caso, che le anime | fuggano dall’Acheronte o che le ombre volteggino tra i viventi | o che qualcosa di noi possa durare dopo la morte, | quando il corpo e la natura dell’animo insieme disfatti | si sono disgregati nei loro diversi principi primi. | Dico dunque che immagini delle cose e tenui figure | sono emesse dalle cose e si staccano dalla loro superficie». Non un’ottusa idea di eternità, ma di continuità in altra veste! Non evocazioni di spiriti defunti, ma un’acuita e vivida percezione di ciò che la vita ci ha portato via. Siamo ben lontani dallo spiritismo d’accatto, ma più vicini a una sterminata messe di indagini che hanno infortito il pensiero letterario e poetico, finanche quello che si è nutrito del positivismo e della scienza contemporanea. E proprio per la contemporaneità dovremmo osservare che l’evoluzione biologica può essere considerata come un progresso che spunta fuori da una vita monocellulare arcaica. Ma questo progresso si paga con la scomparsa di un numero di specie migliaia di volte più grande di quello delle specie che oggi sopravvivono. Ogni organismo vive non soltanto della vita, ma anche della morte (che è il rinnovamento) delle sue cellule, come ci rivela Mario Silvestrini nel bel documentario Di Terra e di Cielo di Pio Ciuffarella del 2014.
Ogni società vive non soltanto della vita, ma anche della morte dei suoi individui. In questo modo nessun progresso è definitivamente acquisito, e nessun progresso è soltanto un progresso, nessun progresso è privo di ombre. Ogni progresso rischia di degradarsi, e ha dentro di sé un gioco ambivalente e drammatico, quello dei progressi e dei regressi. Il progresso è dunque uno degli aspetti, un aspetto incerto del divenire.
È significativo il fatto che sulla rovina della provvidenza divina, l’umanità laica, la filosofia dei Lumi, l’ideologia della ragione abbiano potuto ipostatizzare e reificare l’idea di progresso sotto forma di Legge e di Necessità della storia umana. E quest’idea è stata a tal punto disincarnata, staccata da ogni realtà fisica e biologica, da far ignorare il principio di corruzione e di disintegrazione che è all’opera nella physis, nel cosmos, nel bios. Qui la poesia si fa allora cogente; diventa, per citare l’autore che qui premiamo, «mente / sede di luce, / magnete di gioia e amore». Nulla ci vieta di pensare che nell’arte si depositi la manifestazione più evidente di quegli ultra-recettori che percepiscono l’esistenza di substrati più profondi della vita, di cui abbiamo un’incerta per quanto vivida memoria e la cui manifestazione avviene comunque a livello cerebrale, su un piano diverso dalla razionalità. Per la ricerca di un Eden perduto, a citare il titolo di una sua raccolta poetica, per la composta analisi parapsicologica condotta con attenta ricognizione della fenomenologia della percezione, per l’onesta disamina di un sapere che, spesso, viene contaminato e frainteso dalla cialtroneria, l’alto riconoscimento della giuria e del presidente della XXXIV edizione del Premio letterario internazionale e pubblico Città di Pomezia va a Mario Silvestrini.
