Renzo Bottin

Motivazione:   Per la scrupolosa attività filologica della lingua gradese e all’impegno di saggista e alla grande assiduità nell’esercizio analitico di linguista e di storico della cultura

Nota critica di Massimiliano Pecora

La polverizzazione mediatica della realtà è oggi un aspetto fondamentale. Viviamo in un mondo in cui molti elementi della nostra dimensione privata e di quella pubblica sono trasferiti in una forma di scrittura digitale. Tutto può essere, con una latenza molto breve, ritrascritto, archiviato, condiviso e consegnato alla replicabilità di un segno. La realtà esplode in milioni di frammenti, milioni di volte al giorno. Ogni nostro spostamento è trascritto, mappato. Il presente appare ai poeti costruito dai detriti di un passato ormai per lo più inutilizzabile. Michele Sovente – che fa poesia in tre lingue, traducendosi fra italiano, latino e dialetto di Cappella, tra Bacoli e Monte di Procida – nel suo Cumae (1998) indica questa condizione con alcuni versi potenti: «a perdifiato / parlano i ruderi oscuri della storia». Eppure, fra i detriti della storia, nella precarietà della materia, negli anfratti di un’ancestrale preistoria, si nascondono gli echi della nostra cultura, della nostra visione del mondo. Da questa humus nasce quella lingua altra che ufficializziamo come dialetto. In ragione di ciò occorre evitare con scrupolo la tentazione di interpretare gli episodi salienti della lirica novecentesca in dialetto quali fattispecie della funzione «espressionistica» che percorre tutta la nostra letteratura; etichetta buona per Delio Tessa o anche per Franco Loi, ma che non ci lascerebbe capire nulla di autori come Biagio Marin. Marin e il suo gradese, soprattutto, sono lì a mostrarci, tra l’altro, con tutta evidenza, come proprio il dialetto possa essere, al contrario, lo strumento che, permettendo di ridurre la tensione agonistica verso il linguaggio, garantisce quella parola referenzialmente corretta e portatrice di una cultura antica, depositata ed eternata nella filogenesi delle comunità umane.

Ecco perché, per citare lo studioso che oggi premiamo, il dialetto è una «lingua della realtà» pronta a piegarsi alle esigenze della poesia e non certo «un pezzo da museo da relegare in soffitta». A leggere bene Un critoleo de scusse non si assiste solo al recupero dialettale, ma all’esperimento di una poesia viva e forte, in perfetta tensione verso una vita ansiogena e convulsa. E ci sia da significativo indizio il fatto che la medesima parola critoleo ricorre anche nell’epicedio El critoleo del corpo fracassao per la morte di Pier Paolo Pasolini, a opera sempre di Biagio Marin. Dalla monumentale e faticosa acribia del trattato linguistico e del dizionario Al Graisan, la ricerca dialettologica affina i suoi strumenti concedendosi alla stilistica e all’analisi dei registri di una lingua viva e tesaurizzante che reca in sé la storia delle città del Triplice confine e il lascito di un mondo sempre antico e sempre nuovo.

L’alto riconoscimento, a giudizio unanime della giuria della XXXIV edizione del Premio letterario internazionale e pubblico Città di Pomezia, per l’intensa e scrupolosa attività filologica verso quella medesima lingua gradese la cui eco nutre e alimenta la nostra letteratura nazionale va a Renzo Bottin, in nome del suo pluri-ventennale impegno di saggista e nel rispetto della sua grande assiduità nell’esercizio analitico di linguista e di storico della cultura.

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